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Di nuovo siamo in due, di nuovo con la muta per entrare in grotta. C’è chi sta 3 metri sopra il cielo e chi 3 metri sottoterra…
Così, il 22 luglio, verso le 9 partiamo comodamente da Roma, direzione L’Aquila, uscita Aielli-Celano, per prendere la A25 e raggiungere Lecce nei Marsi.
Il paese si trova ora a valle, ma noi siamo diretti alle rovine di Lecce nei Marsi, le rovine del paese abbandonato nel 1816 per il troppo freddo…
Prima di arrivare a Lecce attraversiamo un paesaggio desolato, monocolore: il giallo della siccità , dell’erba secca che avvolge le forme ondulate delle colline. Non c’è vita, pochi casolari, qualche macchina, un cielo terso e il seccume ovunque. Poi finalmente torna il verde, il paesaggio si rende degno d’esser visto.
I cartelli comunque scarseggiano. Arrivati a Lecce nei Marsi chiediamo la strada che porta al Rifugio, ce la indica un bravuomo, ci fa seguire dei cartelli che, va a capire perché, indicano tutti Guidonia 1.
Troviamo i ruderi del paese. Non è rimasto quasi nulla del vecchio centro, mura sbiancate e sbriciolate dal tempo, in mezzo alla vegetazione. Seguiamo la strada, oltrepassando i ruderi. Dobbiamo trovare una strada bianca chiusa da una sbarra.
E Fabio riesce a vederla, dopo una curva, ma l’abbiamo superata. Così più su fa manovra e scendiamo più a valle. Fermiamo la macchina in una piazzola. Due uomini e una donna, tutti a cavallo, stanno venendo verso di noi. Gli chiediamo informazioni circa un torrente, che nessuno ha visto. Gli chiedo del Vallone di Lecce, e due escursioniste cinofile ci dicono che è quello.
Non resta che scendere ed andare a vedere. All’imbocco della strada bianca alcuni cartelli ci ammoniscono che è vietato accendere fuochi, entrare coi mezzi e gettare immondizie.
Superiamo la sbarra, ne superiamo un’altra e la strada bianca diventa sentiero. Risale il vallone, come scritto nel libro delle grotte. Nel frattempo incontriamo le due escursioniste di prima, che già tornavano indietro, coi cani che scalpitavano. Chiediamo a loro se sanno del torrente e della grotta, ma niente.
Continuiamo il nostro cammino, fin quando un pulmino desta la nostra attenzione. Se ne sta lì parcheggiato da chissà quanto tempo, coi vetri rotti, il portello aperto, la ruggine, circondato da tavolacce di legno marcio e da tante lamiere, così, in mezzo al parco, lo stesso parco che alcuni cartelli tentano di difendere dai vandali. La Forestale non passa di là ? ci chiediamo. E se passa perché non manda una squadra a bonificare?
Riprendiamo il sentiero dopo aver scattato qualche foto ricordo. Fa caldo, il sentiero sale, facciamo due soste per bere. Dopo circa mezz’ora ecco il torrente e il fontanile. Be’, ce ne vuole a chiamare fontanile un rimasuglio di cemento su cui è appoggiato un tubo nero che viene dalla sorgente. Il torrente c’è, ne avevamo seguito il corso, asciutto ma c’è. E alla nostra sinistra ecco la piccola forra, una spaccatura sul fianco della collina. Posiamo a terra gli zaini. Mi arrampico a vedere l’ingresso dei Mandrilli. Una nuvola di moscerini mi assale, uno mi entra nel naso. Vedo due ingressi, uno basso, bagnato e stretto, l’altro asciutto e più in quota.
Ritorno giù. L’ingresso è quello alto, come da descrizione.
Comincia la vestizione speleo. Muta, calzari, tuta speleo, scarpe, casco, guanti da muta. Foderiamo gli zaini col cellophane ed entriamo nella piccola forra. Mi infilo nell’ingresso asciutto per verificare. Sembra quello giusto. Dentro trovo una ranocchia. Fabio mi passa gli zaini che lasciamo dentro. Cerco nel frattempo di prendere la rana, ma l’anfibio non ci sta e tira fuori un urlo acuto. “Che è?” mi chiede Fabio. “La rana!” gli rispondo ridendo. Non sapevo che urlassero, oltre a gracidare. La lascio stare e comincio ad addentrarmi nella sorgente.
Inizialmente si procede accucciati, poi la grotta si alza un po’ e attraversiamo un meandro non tanto stretto, ma in piedi. Ed ecco che la volta si riabbassa, fin quando siamo costretti a strisciare come vermi. La strettoia appare subito selettiva, procedere è faticoso. C’è acqua nelle vaschette, si striscia su concrezioni, su grappoli di cristalli esagonali di calcite, fra capelli d’angelo e stalagmiti e stalattiti.
Ad ogni curva penso che sia finita, ma il buio oltre mi dice di no. Poi il bivio. La strettoia si biforca, ma a destra è troppo stretto. Strisciando per almeno 20 minuti alla fine si esce e possiamo riposarci in piedi. Senza muta sarebbe stato preoccupante, a strisciare sulle vaschette piene d’acqua. Le tute speleo sono bagnate da capo a piedi.
La grotta dei Mandrilli, anche se ad andamento quasi monotono, è comunque una bella grotta. Dopo la strettoria riappare il meandro, comodo, con alcuni punti da poter fare in quota, vasche piene d’acqua. Infine raggiungiamo la sala della cascata, un ambiente alto una quindicina di metri. C’è una corda per la risalita, un frazionamento a circa dieci metri di altezza, un traversino e poi la corda che sale ancora. In terra è pieno d’acqua, scattiamo qualche foto.
Un punto da fare in arrampicata, poi si passa sul fondo, si entra in una saletta. Una strettoia in quota, Fabio ci si infila e va a vedere il resto della grotta. Provo ad infilarmi, ma ci rinuncio.
Riprendiamo la via del ritorno. Il meandro, un piede su una roccia che si rompe e si stacca e fermo la caduta su una sporgenza con l’avambraccio. Per nulla piacevole. E di nuovo sdraiati nella strettoia. Siamo zuppi d’acqua, figuriamoci senza la muta. La grotta si riallarga, vediamo la luce che filtra. Fabio si ferma a scattare una foto. Sento delle voci provenire da fuori. “Ma dai?” mi dice Fabio. Ma forse è solo l’impressione. Dentro la grotta alcuni rumori possono sembrare altri. Stillicidi lontani, sgocciolii magari perduti nei meandri della grotta, arrivano a te come echi camuffati. Senti parlare, a volte, ti sembra di riconoscere delle voci conosciute, ma è solo un’illusione uditiva, in realtà non è nessuna voce, non umana almeno, è la voce della grotta si può dire.
Riprendiamo gli zaini ed usciamo. E di nuovo la nube di moscerini che ci assale nella piccola forra, peggio di prima. Ci entrano in bocca, me li sento nella gola, e noi siamo lì che tossiamo e sputiamo con gli zaini in mano, facendoci largo fra le rocce e la vegetazione. Fabio mi urla di sbrigarmi, i moscerini sono tantissimi.
E tossendo e sputando moscerini usciamo di corsa sul sentiero, due figure in tuta speleo e caschi, fradici da capo a piedi, apparsi così all’improvviso dal nulla a una coppietta di ragazzi che aveva scelto proprio quel punto, quello preciso all’uscita della forra, per starsene in piena tranquillità , lei che si copriva timidamente il reggiseno del costume, lui che si dava un certo contegno mantenendo la calma e chiedendo: “Ma che passaggio è questo?”
Lo guardo, mi giro e sputo ancora, non ricordo chi di noi gli risponde. “Ma c’era acqua?” Siamo usciti fradici da una sorgente, direi di sì…
I due raccolgono le loro cose, cercando di essere naturali. Noi ci guardiamo e facciamo fatica a non scoppiare a ridere.
E’ tempo di cambiarsi, asciugarsi, lasciare la roba un po’ al sole. Sono quasi le 17: è anche ora di pranzare… Ripensiamo alla scena di prima e scoppiamo a ridere, immaginando cosa avranno potuto pensare nel vederci apparire così dal nulla…
E’ tardi per poter restare a fare qualche foto e vedere l’ingresso alto della grotta, siamo senza benzina per il ritorno e dobbiamo trovare un benzinaio prima che chiuda.
In marcia sul sentiero, butto uno sguardo indietro per controllare se abbiamo lasciato qualcosa. Nulla. In macchina, però, mi accorgo di non avere più in tasca il coltellino, lo stesso che vedete nella testata di questo blog. Forse è caduto nello zaino, ma in realtà , scoprirò poi a casa, è caduto lassù, nei pressi dell’ngresso della grotta dei Mandrilli.
In un paese troviamo un benzinaio. Facciamo rifornimento, anche di un gelato e di una bottiglia d’acqua. Alle 21 siamo a Roma.
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